Il Brigante Buono

Donato Grosso (o Gruosso), il “brigante buono” di Cirigliano

Ritratto di una vita fra macchia e redenzione

La parabola di Donato Grosso/Gruosso intreccia storia nazionale (il brigantaggio meridionale) e storia comunitaria: l’idea che un borgo possa accogliere chi torna “altro” e offrirgli un ruolo utile. La cappella è la cronaca in pietra di questa seconda vita: un luogo di silenzio e gratitudine, ma anche un cantiere educativo dove un ex fuorilegge insegnò lettere e rispetto per la terra. È per questo che, a Cirigliano, il suo nome non è leggenda romantica: è memoria civile.

Nato ad Avigliano (Potenza) nel 1846, Donato Grosso—trascritto spesso Gruosso nelle fonti locali—fu uno dei tanti giovani lucani travolti dall’onda del brigantaggio postunitario. Arrestato da giovanissimo (le cronache indicano il 1868), scontò una lunga detenzione, compresa tra 19 e 20 anni secondo le diverse testimonianze. In carcere imparò a leggere e scrivere, studiò catechismo e testi sacri, intraprendendo quel percorso di conversione morale che guiderà tutta la sua seconda vita. 

Dalla galera alla scuola: l’arrivo a Cirigliano

Uscito di prigione—le memorie locali evocano una grazia a fine Ottocento—Grosso approdò a Cirigliano come vigilante di cantiere sulla nuova strada comunale. Il sindaco gli chiese di mettere a frutto l’alfabetizzazione acquisita in cella: Donato organizzò una piccola scuola privata per i ragazzi del borgo, nelle campagne di contrada Grotta. Qui, oltre alle lezioni di base, coinvolgeva i giovani in attività pratiche, come piantare alberi e piante: un’educazione che univa saperi elementari e cura del territorio. 

La “Madonna della Grotta”: un santuario scavato a piccone

Come segno di penitenza, Donato iniziò a scavare nella roccia di un grande masso poco fuori paese, ricavandone una cappella dedicata alla Madonna: un’opera paziente, a colpi di piccone e scalpello, che ancora oggi conserva i segni del lavoro manuale. La Cappella della Madonna della Grotta è diventata uno dei luoghi identitari di Cirigliano; ogni 15 agosto, durante le feste d’estate, la comunità vi celebra una Messa in memoria del “brigante buono”. 

Vita civile e affetti

Stabilitosi definitivamente a Cirigliano, Grosso/Gruosso costruì relazioni profonde con la comunità. Le ricostruzioni giornalistiche più dettagliate ricordano anche due matrimoni (prima con Annamaria Granata, poi con Caterina Carbone) e un ruolo crescente di maestro e consigliere informale, soprattutto per i più giovani. Il suo nome iniziò a circolare come quello del “brigante letterato”: ex fuorilegge capace di restituire al paese, con umiltà, ciò che la vita gli aveva negato. 

Gli ultimi anni e la memoria

Sulla data di morte le fonti divergono di un anno: più voci indicano il 29 aprile 1937, altre propendono per il 1938. La sostanza, però, non cambia: alla sua scomparsa, la grotta—con il quadro dell’Addolorata e poi una statua lignea—rimase come lascito spirituale e materiale di una redenzione compiuta. Nel tempo la figura di Donato fu riletta con metafore potenti (“un Jean Valjean lucano”), fino a diventare simbolo di trasformazione possibile: dal disordine della macchia alla responsabilità verso gli altri. 

Che cosa sappiamo con certezza (e che cosa no)

Punti solidi (convergenza delle fonti):

  • Origine aviglianese (1846) e giovanile adesione al brigantaggio.

  • Lunga detenzione (circa vent’anni) con alfabetizzazione e formazione religiosa.

  • Trasferimento a Cirigliano, impiego come vigilante e successivo ruolo di maestro.

  • Scavo della cappella rupestre e culto locale della Madonna della Grotta con Messa estiva in suo ricordo. 

Punti controversi o con varianti:

  • Cognome: “Grosso” e “Gruosso” coesistono nelle carte e nella tradizione, con prevalenza di Gruosso in articoli e schede biografiche.

  • Anni esatti: 19 o 20 di pena; decesso nel 1937 (più attestato) oppure 1938.

  • Cronologia fine detenzione: alcune ricostruzioni indicano una grazia nel 1887

La Madonna della Grotta: penitenza scolpita nella pietra

Il simbolo più tangibile della sua redenzione resta la cappella rupestre fuori dal paese, nota come Madonna della Grotta. La tradizione racconta che fu scavata a mano, col piccone, come atto di penitenza e dono alla comunità. All’interno, una devozione semplice—immagini mariane, fiori, candele—che ancora oggi segna il calendario del borgo. In estate, attorno a Ferragosto, la comunità si ritrova lì per una Messa all’aperto: più che una ricorrenza folcloristica, una memoria civile.


La leggenda del “Romito” e il tesoro dei briganti a Cirigliano (MT)

Un borgo, due racconti

A Cirigliano le leggende del Romito e del tesoro dei briganti mostrano come i paesi custodiscano, nelle loro pietre e nelle voci, un doppio patrimonio: quello dei luoghi (grotte, valloni, castello) e quello dei racconti che li abitano. Per chi visita, sono una chiave gentile per capire il borgo; per chi resta, una memoria che continua a tenere insieme comunità e territorio.

A Cirigliano circolano da generazioni due fili di racconto che s’intrecciano: il “Romito”, figura di eremita legata a una grotta di culto, e il tesoro dei briganti, nascosto – si dice – nelle cavità e nei valloni che circondano il paese. Sono storie di passaggio tra fede popolare, memoria del brigantaggio e identità di comunità.


Il “Romito”: l’eremita e la grotta di devozione

Nel parlato locale “romito” è l’eremita: un uomo appartato, penitente, che vive “alla grotta”. A Cirigliano la tradizione ha finito per sovrapporre questa figura al ricordo del brigante pentito che avrebbe scavato nella roccia la Cappella della Madonna della Grotta, due chilometri circa fuori dal borgo. Le versioni orali convergono su alcuni punti: lavoro di scalpello, vita ritirata, insegnamento dei rudimenti di lettura e scrittura ai ragazzi del posto, poi il consolidarsi di una devozione mariana ancora viva. Oggi, nelle feste d’estate, in quel luogo si celebra una Messa in memoria del “brigante buono”, a sigillo di una storia di penitenza e restituzione alla comunità. 

Cosa c’è di documentato: le schede turistiche e culturali su Cirigliano riportano l’origine della cappella scavata da un brigante pentito e l’uso didattico che egli ne fece con i giovani del paese. Il sito “Basilicata Sacra” segnala inoltre la prassi della Messa estiva in suo ricordo. In questo modo il “romito” diventa, per la memoria collettiva, l’eremita-penitente che ha lasciato un segno di pietra e di fede. 


Il tesoro dei briganti: dove finisce la storia e comincia la fiaba

Dai decenni postunitari in poi, l’Appennino lucano ha conosciuto passaggi di bande e rifugi temporanei in grotte e rientri di valle. Subito oltre il confine comunale, sul vicino territorio di Gorgoglione, è censita la Grotta dei Briganti: una cavità naturale affacciata sul torrente Vallone, luogo di leggende e rifugio effettivo “secondo Racioppi e altri” (lo storico lucano che raccolse molte notizie sull’Ottocento meridionale). Non è Cirigliano, ma è accanto: lo stesso Vallone segna a tratti il limite tra Cirigliano e Stigliano, ed è naturale che i racconti si propaghino lungo i versanti, passando di bocca in bocca tra paesi confinanti. 

Il motivo del “tesoro” è ricorrente in tutta la Basilicata: bottini nascosti in cavità “protette” dalla roccia, segni sulle pietre letti come indicazioni, luci notturne scambiate per presagi. È folklore diffuso: conferma la presenza reale dei briganti nell’Ottocento e, insieme, racconta il desiderio di volgere in ricchezza una stagione di paura e scarsità. (Per il quadro d’area – Pollino e dorsali lucane – esiste una letteratura popolare ampia sulle “grotte dei briganti” e sui loro presunti nascondigli.)