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OLIO DELLA LUCANIA 

L'OLIO DELLE COLLINE CIRIGLIANESI - Extravergine di oliva rinomato per le sue caratteristiche qualitative. Di colore verde con riflessi gialli, è fra i tre il più fruttato. La dieta mediterranea ha nei suoi tre pilastri nutritivi l'olio d'oliva: la Basilicata propone i suoi extra vergini a quanti intendono acquistare prodotti di alta qualità e di elevate proprietà sensoriali quali il colore, la consistenza, il gusto e l'aroma. »

 

L’olio extravergine di oliva come l’Aglianico del Vulture - che già da qualche anno si fregia del marchio Doc - : è questo l’intento dei promotori vulturini della Dop per l’olio. Il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali ha valutato la possibilità di protezione transitoria, a livello nazionale, alla denominazione «Vulture» per l’olio extravergine di oliva. Prodotto in nove Comuni del Nord della Basilicata (Rapolla, Melfi, Atella, Rionero, Barile, Ripacandida, Ginestra, Venosa e Maschito), l’extravergine del Vulture si ottiene dalla frangitura di olive del tipo Ogliarola, in misura non inferiore al 70 per cento. A queste possono inoltre aggiungersi altre varietà come Coratina, Cima di Melfi, Palmarola, Provenzale, Leccino, Frantoio, Rotondella e Cannellino. L’iter per la Dop dell’olio vulturino ha mosso i primi passi nel novembre scorso, quando due funzionari del ministero competente giudicarono positivamente il disciplinare di produzione per l’assegnazione della Denominazione di Origine Protetta all’olio extravergine di oliva della zona del Vulture. Ci vorrà ancora un po’ di tempo, invece, per la “consacrazione” a livello europeo. Dopo di che, l’olio vulturino potrà essere esportato con il marchio Dop anche sulle tavole straniere.

 

 Inscindibilmente legato al territorio in cui viene prodotto, per fregiarsi di questo titolo l’olio del Vulture è necessario che sia il risultato di olive coltivate e trasformate nella zona del Vulture, un’area con caratteristiche di specificità tali da giustificare la Denominazione di Origine Protetta. Il territorio vulturino è, infatti, caratterizzato da svariati elementi: presenza di una varietà di olivo predominante denominata “Ogliarola del Vulture”; terreni di origine vulcanica; microclima costante; tecniche tradizionali di coltivazione, raccolta, produzione e trasformazione delle olive. L’obiettivo principale dei promotori di questa Dop risponde, in definitiva, alla volontà di identificare, valorizzare e commercializzare l’olio del Vulture nel mercato mondiale. Ma, se qualitativamente parlando non sembrano affatto esserci problemi per l’olio lucano in generale, è pur vero che le imprese operanti nel settore si sentono fortemente minate da una concorrenza sleale e, quindi, anche poco sostenute. La questione risiede tutta nella difficoltà di trovare mercati nazionali ed esteri in cui collocare un prodotto, come l’olio lucano, dalle pregiatissime caratteristiche.

Per assurdo, le ragioni spesso combaciano proprio con l’elevata qualità del prodotto stesso, nel senso che la pressante presenza sul mercato di olio spesso venduto come un extravergine italiano, in realtà prodotto in altri paesi, inferiore dal punto di vista della qualità e del prezzo, rappresenta uno dei motivi. Inoltre, la mancanza di azioni volte a promuovere il prodotto, la cui commercializzazione il più delle volte si basa su rapporti personali piuttosto che su indagini di mercato, peggiora la situazione. E ancora, altro elemento controproducente, la frammentarietà delle aziende quasi sempre a conduzione familiare. In sostanza, la concorrenza esterna non aiuta, esiste un problema di regole, e quando si ha a che fare con un prodotto di nicchia la cosa tende a complicarsi ancora di più. Se solo ci fosse «un maggiore controllo dell’olio prodotto fuori dai confini italiani», allora probabilmente anche per quello prodotto nel nostro paese la vita sarebbe più semplice. Lo sostiene Andrea Carnevale, presidente della cooperativa Elaiopolio di Barile, che spiega di non essere contrario «ai produttori della Grecia o del Marocco, vogliamo solo che l’olio di questi paesi abbia una sua identità» e quindi che non si vesta da olio italiano. Tanto per fare qualche numero, la cooperativa di Barile conta 170 produttori e una produzione media di circa 6 mila quintali di olive e 900 di olio. Più volte ha tentato di conquistare i mercati internazionali incappando in molteplici difficoltà. Prima fra tutte: i costi elevati che le piccole aziende non possono permettersi di sostenere. Allora viene da pensare che i micro-interventi di cui parla Carnevale, studiati in modo mirato per le micro-aziende, forse non tarderanno a produrre delle ricadute positive sul mercato. E questo con l’augurio che in futuro le cose scivolino lisce. Proprio come l’olio. (k.s.)

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